Ogni azienda, anche la più organizzata, prima o poi si trova a gestire un evento inatteso: un incendio, un blackout, un attacco informatico, una frode interna, una fuga di informazioni, un sabotaggio, un’inchiesta mediatica. Ciò che fa la differenza non è solo ciò che accade, ma come si reagisce nelle prime 72 ore.
Le tre giornate successive a un evento critico sono il tempo della verità: il momento in cui si misura la capacità di un’organizzazione di restare lucida, prendere decisioni rapide e proteggere ciò che conta davvero — persone, dati, reputazione, continuità operativa.
In queste ore, ogni scelta ha un impatto moltiplicato. Ecco perché le prime 72 ore definiscono il futuro di una crisi, e perché devono essere pianificate molto prima che una crisi inizi.
1. Mettere in sicurezza persone e informazioni
La prima priorità è sempre la stessa: mettere in sicurezza le persone. Nessun protocollo di crisi è credibile se non parte dalla tutela di chi lavora o si trova nell’area interessata.
A questa segue una seconda mossa, spesso trascurata: proteggere le informazioni. Nei primi momenti di una crisi, i dati tendono a frammentarsi o a perdersi: report, video, comunicazioni interne. Creare un punto di raccolta e verifica centralizzato — fisico o digitale — è essenziale per evitare distorsioni e per gestire l’evento con trasparenza.
Ogni minuto guadagnato in questa fase si traduce in ore risparmiate nelle successive.
2. Attivare il Crisis Team (e rispettarne la gerarchia)
Nelle organizzazioni mature, le crisi si gestiscono in modo collegiale ma disciplinato. La seconda mossa decisiva è attivare il Crisis Team secondo il piano definito in precedenza, rispettando ruoli e priorità decisionali.
Il rischio più comune nelle prime ore è la sovrapposizione di interventi: troppi decisori, troppe versioni, troppe iniziative autonome. Il team deve avere un leader riconosciuto (spesso il direttore operativo o il responsabile sicurezza), e un flusso di comunicazione chiaro verso la direzione.
In questa fase, la velocità è importante, ma la coerenza è vitale.
3. Stabilire una comunicazione univoca (interna ed esterna)
Le crisi non si gestiscono solo sul piano operativo, ma anche su quello comunicativo. Una dichiarazione errata o una fuga di notizie possono danneggiare più della crisi stessa.
Per questo serve una voce unica, che garantisca:
- messaggi coerenti all’interno dell’azienda,
- informazioni corrette verso l’esterno (fornitori, clienti, media, autorità).
Il principio guida è semplice: dire la verità, ma dire solo ciò che è verificato. Una buona comunicazione di crisi non è silenzio, ma chiarezza controllata.
4. Garantire la continuità operativa
Le aziende più resilienti non si misurano su quante crisi subiscono, ma su quanto tempo impiegano a riprendere le attività essenziali.
Le prime 72 ore servono per stabilizzare i processi critici — logistica, produzione, IT, customer service — e predisporre piani temporanei.
Molte organizzazioni utilizzano oggi sistemi di Business Continuity Management (BCM) che prevedono scenari già testati e protocolli predefiniti per reagire rapidamente.
L’obiettivo non è la perfezione, ma la ripartenza controllata: garantire continuità anche minima, evitando blocchi totali.
5. Documentare, analizzare e apprendere
L’ultima mossa, spesso dimenticata, è la più importante per il futuro: documentare tutto. Ogni decisione, ogni scambio, ogni azione deve lasciare una traccia utile per la fase post-evento.
Questo permette di:
- analizzare gli errori e migliorare i protocolli;
- aggiornare le procedure di sicurezza;
- trasformare la crisi in conoscenza organizzativa.
Le aziende che escono rafforzate da un evento critico sono quelle che trasformano il caos in metodo.
Dalla reazione alla previsione
Le crisi non possono essere eliminate, ma possono essere anticipate e gestite con lucidità. Questo è il passaggio chiave tra la sicurezza tradizionale e la sicurezza moderna: la capacità di prevedere le vulnerabilità prima che diventino emergenze.
Pianificare le prime 72 ore non significa essere pessimisti, ma responsabili. Significa costruire una cultura della sicurezza basata sulla preparazione, non sulla paura.
In un mondo dove ogni imprevisto può diventare virale in pochi minuti, la differenza tra una crisi superata e una crisi fatale si gioca proprio qui: nelle prime 72 ore.



