Via al contenuto

NEWS

Security Fatigue

consulenzasicurezzatecnologia
un operatore di sicurezza visibilmente stanco seduto in una sala di monitoraggio

Quando il sovraccarico di procedure mina davvero la sicurezza fisica aziendale

In un’epoca in cui la protezione degli asset aziendali è una priorità assoluta, il rischio paradossale è che proprio l’eccesso di controlli e procedure finisca per indebolire la sicurezza stessa. Succede quando i dipendenti, i responsabili operativi o il personale di vigilanza iniziano a percepire i protocolli di sicurezza non come strumenti di tutela, ma come un peso, un ostacolo o – peggio – una formalità da aggirare. È quello che si definisce “security fatigue”, ovvero la stanchezza psicologica e operativa derivante da un sovraccarico di attività, vincoli e obblighi legati alla sicurezza.

Un concetto già noto nella cybersecurity, ma che oggi è più che mai rilevante anche nella sicurezza fisica.

Cos’è la Security Fatigue

Security fatigue significa esaurimento. È lo stato mentale in cui il personale, sottoposto a continue sollecitazioni legate alla sicurezza, inizia a disimpegnarsi mentalmente, a semplificare, a fare il minimo indispensabile o addirittura ad ignorare alcune procedure.

Nel contesto fisico, questo può manifestarsi in molti modi: una guardia che non controlla più con attenzione i badge, un dipendente che apre una porta a chiunque per evitare discussioni, un tecnico che disattiva allarmi “per comodità”. L’azienda, nella convinzione di essere più protetta grazie a policy rigide, potrebbe in realtà ritrovarsi più esposta di prima, proprio a causa del comportamento umano.

I segnali da non ignorare

Ci sono campanelli d’allarme che possono indicare l’emergere di una security fatigue:

    • Lamentele ricorrenti sulle procedure troppo complesse o invadenti.
    • Violazioni informali (badge scambiati, porte lasciate aperte, accessi non registrati).
    • Declino della motivazione da parte del personale addetto alla sicurezza.
    • Incremento di non conformità rilevate nei controlli a campione.
    • Tendenza a bypassare le procedure di segnalazione o escalation.

Questi segnali non indicano solo un problema di aderenza ai protocolli, ma riflettono un disallineamento tra sicurezza, cultura aziendale e operatività quotidiana.

Le conseguenze: più fragilità, più rischio

Un sistema di sicurezza che sovraccarica persone e processi rischia di generare il risultato opposto a quello voluto. Il carico mentale costante abbassa l’attenzione. Le regole, quando sono troppe o poco intuitive, perdono di autorevolezza. Le situazioni anomale – che dovrebbero allertare il personale – passano inosservate perché si diventa desensibilizzati al rischio.

Le implicazioni? Dall’accesso di personale non autorizzato all’interno di aree sensibili, alla disattivazione di sistemi di allarme, fino alla compromissione della continuità operativa o alla violazione di normative sulla sicurezza.

Come prevenirla: rigore, ma senza rigidità

Prevenire la security fatigue significa adottare un approccio di sicurezza intelligente: solido nei principi, ma agile e adattivo nei processi. Alcune buone pratiche:

    • Snellire le procedure: meno step, più chiarezza. Rendere i protocolli comprensibili e applicabili sul campo, anche in condizioni di stress.
    • Formazione realistica: meno slide, più casi pratici. Il personale deve capire il “perché” delle procedure, non solo il “cosa fare”.
    • Coinvolgere gli utenti: raccogliere feedback da chi vive la sicurezza ogni giorno, per correggere ciò che è percepito come inutile o inefficiente.
    • Uso di tecnologie intelligenti: l’automazione può alleggerire il carico umano e ridurre gli errori (es. badge intelligenti, AI per riconoscimento anomalie).
    • Monitorare lo stato psicologico del personale di sicurezza con osservazioni sul campo e colloqui periodici.

Un lavoro sinergico tra Security e HR

Il rischio di fatigue è trasversale e va affrontato in modo interdisciplinare. Non è solo responsabilità del Security Manager, ma anche dell’HR Manager, che deve monitorare il benessere organizzativo e l’effetto delle policy sulla motivazione.

L’obiettivo comune dovrebbe essere costruire una cultura della sicurezza “vissuta”, non imposta. Un ambiente in cui la protezione è parte della routine, non un ostacolo al lavoro.

Conclusione

La sicurezza fisica non è una somma di barriere e controlli. È un equilibrio dinamico tra tecnologia, procedure e comportamenti umani. Ignorare il fattore umano – e il carico cognitivo che le policy generano – può vanificare anche le soluzioni tecnologicamente più avanzate.

Riconoscere, prevenire e gestire la security fatigue oggi non è un’opzione. È una priorità strategica per ogni azienda che voglia rendere la sicurezza non solo più efficace, ma anche più sostenibile.

Ultime novità

Oltre l’allarme: la nuova era della sicurezza predittiva

Scrivania di un ufficio con un computer con tre schermi che raffigurano dashboard di dati
Quando la protezione non reagisce agli eventi, ma ai segnali che li anticipano Per decenni la sicurezza aziendale è stata progettata per rispondere. Suonava un allarme e qualcuno interveniva; si…

Il paradosso della fiducia: quando la sicurezza nasce dal dubbio

Un manager seduto sulla scrivania di un ufficio mentre lavora al computer
In ogni organizzazione la fiducia è un valore essenziale. È ciò che permette alle persone di collaborare, prendere decisioni rapide, condividere informazioni e sostenere il funzionamento quotidiano dell’azienda. Ma nella…

Dalla vigilanza ai dati: come evolve la sicurezza aziendale

Ingresso di un ufficio con porta chiusa dotata di serratura elettronica con tastierino numerico.
Negli ultimi vent’anni la sicurezza d’impresa ha vissuto una trasformazione profonda. Quella che un tempo era considerata una funzione prevalentemente operativa – vigilanza, presidio, controllo accessi – è oggi un…